Il primo è stato sicuramente, dopo un 2015 esplosivo, un colpo di freno sull’occupazione: esaurito l’effetto propulsivo della decontribuzione triennale, infatti, gli ultimissimi dati dell’Inps hanno fatto registrare un dato delle assunzioni con il segno negativo. Ma in assoluto quello che gli avvocati hanno registrato è stato un calo del contenzioso in materia del lavoro. Un calo che continua sulla scia della riforma Fornero, e che era anche uno degli obiettivi che si era prefissato di raggiungere il governo Renzi. È probabile anche, spiegano i legali, che nei prossimi due anni si continuerà a registrare un calo del contenzioso giudiziale avverso i licenziamenti. E gli avvocati non staranno a guardare.
Lavoro, il jobs act fa calare il contenzioso
Con il calo della decontribuzione previsto nell’ultima legge di Stabilità , le nuove assunzioni stanno rallentando. La situazione emersa dagli ultimi dati Inps non ha portato sorprese, era infatti abbastanza prevedibile. Meglio invece va il contenzioso giuslavoristico, a cui il Jobs Act (legge 183/2014 e successivi provvedimenti di attuazione) sta contribuendo a dare una bella sfoltita. I professionisti del diritto del lavoro guardano avanti, convinti che un intervento fatto solo di incentivi non basti, e che se con la prima parte della riforma alcuni risultati si stanno cominciando a raccogliere, sul lavoro autonomo bisognerà impegnarsi molto di più del previsto. Secondo gli,ultimi dati dell’Inps, il numero delle assunzioni a febbraio 2016 sono risultate 341.000, con un calo di 48.000 unità (-12%) rispetto a febbraio 2015; a gennaio il calo era risultato del 17%. Nel bimestre gennaio-febbraio 2016 il saldo mensile, tra assunzioni e cessazioni, è pari a +167.000, inferiore a quello del bimestre corrispondente 2015 (+244.000).Un dato «certamente allarmante anche se la decontribuzione di fatto non si è fermata ma ha semplicemente rallentato. E infatti con la Legge di Stabilità 2016 la percentuale di riduzione contributiva scende al 40%, così come scende la durata del benefi cio a ventiquattro mesi». A spiegarlo è Marco Giardetti fondatore dello Studio Legale Marco Giardetti & Associati, secondo il quale il rallentamento delle assunzioni «Ã¨ stato determinato semplicemente dal fatto che nel 2015 vi è stato un ricorso talmente massiccio alle assunzioni agevolate che oggi le aziende hanno, per così dire, esaurito o diminuito le esigenze di assunzione avendo coperto l’effettivo fabbisogno con un costo azienda notevolmente ridotto.
Ricordiamo infatti che le assunzioni avvenute nel 2015 beneficiavano di sgravi contributivi maggiori sia in termini di quantum che di durata. E non dimentichiamo che molte assunzioni sono state determinate dalla possibilità di trasformazione dei vecchi contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato con sanatoria di ogni possibile vizio relativo al rapporto precedente».
Che il calo dopo il boom del 2015 sembri assolutamente fisiologico e sostanzialmente anche prevedibile, lo pensa anche Francesca Ciavarella dello studio Gerardo Vesci & Partners: «innanzitutto, dobbiamo considerare l’impatto percentuale dei numerosi accessi a questo strumento di incentivazione da parte delle aziende durante lo scorso anno che hanno, conseguentemente, ridotto il fabbisogno di personale (trattandosi di contratti a tempo indeterminato - sia in ragione di nuove assunzioni, sia in caso di trasformazione di altre tipologie contrattuali - una volta assunto, il dipendente permane nella compagine aziendale con continuità ).
In secondo luogo, sulla «frenata» ha influito altresì la riduzione degli sgravi contributivi previsti per il 2016 rispetto a quelli precedenti». Ciavarella ha ricordato infatti che essendo la decontribuzione ridotta al 40% e non più totale nonché per soli 2 anni in luogo dei 3 previsti per il 2015, le aziende sono state in qualche modo disincentivare, mentre per i prossimi mesi ritiene che «la differenza percentuale potrebbe aumentare o al massimo rimanere stabile, ma non certamente diminuire. Per il futuro molto dipenderà dall’andamento dell’economia in generale in quanto le riforme intervenute negli ultimi anni sul mondo del lavoro hanno indubitabilmente reso più agevole assumere».
I dati dimostrano che gli incentivi per il 2015 hanno avuto un effetto di breve periodo, «come era prevedibile che fosse», sottolinea Giulietta Bergamaschi di Lexellent aggiungendo «da ciò si deduce che non bastano né la legge né gli incentivi per far ripartire in maniera netta le assunzioni in un momento di mercato che resta incerto. Credo comunque che la decontribuzione un effetto positivo lo abbia avuto soprattutto in termini di stabilizzazione dei rapporti di lavoro flessibili. Non stiamo neppure assistendo a quell’erosione costante di occupati che c’è stata negli anni peggiori della crisi. Sono convinta che più che di ulteriori messe a punto sulla legislazione del lavoro (che comunque ora dovrebbero puntare a un obiettivo di medio periodo) adesso ci sia urgenza di politiche industriali incentivanti».
Il più ottimista è Aldo Calza di Dentons, secondo il quale il -58% è tratto dall’Osservatorio Inps sul precariato che confronta soltanto i mesi di gennaio 2015 e 2016, «ovvio che il picco di assunzioni verificatosi nel gennaio 2015 è irripetibile: era appena crollato il «muro di Berlino» fatto (non di calce e mattoni, ma) di oneri contributivi assurdi e di anacronistiche limitazioni ai licenziamenti. Non preoccupa dunque che i dati statistici, dopo quel gennaio 2015, siano lentamente tornati alla normalità . Una normalità comunque positiva». Positivo anche il commento di Stefano de Luca Tamajo, partner dello studio Toffoletto De Luca Tamajo e Soci che sottolinea come, ad ogni modo, «resta il fatto che il saldo tra le nuove assunzioni a tempo indeterminato e le cessazioni è positivo (di circa 37.000 unità ), a conferma che le recenti riforme continuano ad avere un effetto propulsivo sull’occupazione.
Per i prossimi mesi, quindi, le previsioni restano improntate all’ottimismo ma non è realistico ipotizzare numeri analoghi a quelli dell’anno scorso». Secondo Fabrizio Daverio, socio fondatore dello studio legale Daverio & Florio la manovra legislativa «Ã¨ stata molto ampia, nel senso che si è dato luogo ad una rivisitazione di parecchie norme chiave. Al di là di previsioni di stimoli specifici, come ad esempio l’esonero contributivo per i neo assunti, la modifica strutturale deve essere per così dire «assimilata» dal sistema e dagli operatori. A mio avviso gli effetti e i risultati possono essere seriamente valutati solo su uno scenario temporale mediolungo, e così almeno dopo un triennio».
I dati Inps possono essere interpretati secondo due diverse chiavi di lettura – spiega invece Adelio Riva, partner di Jones Day - «da un lato, si può leggere ottimisticamente il dato inserendolo in un più ampio contesto di raffronto con i dati complessivi dell’anno precedente e, quindi, giustifi carlo con la tendenza degli imprenditori ad anticipare al dicembre 2015 (per benefi ciare degli incentivi economici che non erano ancora confermati per l’anno 2016) le assunzioni e ridimensionarne, così, l’oggettiva portata negativa; dall’altro, proprio perché pesantemente infl uenzato dalla presenza, o meno, di incentivi economici dimostrerebbe, invece, la debolezza di un sistema di rilancio dell’occupazione incentrato sulla riduzione (peraltro solo temporanea) dei costi ma non accompagnato da una riforma strutturale dell’economia e del mercato del lavoro». Intanto il contenzioso giuslavoristico diminuisce. Sugli effetti che il Jobs Act ha portato alla situazione del contenzioso giuslavoristico il fronte dei professionisti intervistati è unico e soddisfatto.
«La percezione è che il contenzioso si sia ridotto», dichiara Daverio, o meglio: «sono stati superati, grazie alle riforme, contenziosi che erano obiettivamente patologici, come quelli sui requisiti formali delle «causali» del lavoro a termine e della somministrazione. Sembra che invece siano aumentati i contenziosi per recupero di crediti di lavoro». Anche secondo Giardetti, il contenzioso è certamente uno dei fronti che ha maggiormente risentito delle riforme intervenute in materia lavoro: «sono state eliminate le principali fonti di contenzioso nella materia lavoro ossia il contratto a progetto (che molteplici interventi riformatori non sono riusciti a render esente da utilizzi abusivi), la causale del contratto a termine (sulla cui genuinità e veridicità si sono aperti in passato fronti di contenzioso enormi), l’art. 18 della legge n. 300/70 non più in vigore per le nuove assunzioni rendendo di fatto sconveniente almeno per i primi anni di lavoro instaurare una controversia giudiziaria che potrebbe avere costi maggiori rispetto al concreto risultato che si potrebbe raggiungere. Ciò non toglie che nuovi fronti di contenzioso si aprono e si continueranno aprire visto che le gestione del rapporto di lavoro porta con se inevitabilmente dei rischi in tema di rispetto delle molteplici normative e regolamentazioni della materia».
Ciò che è certo, per Francesca Ciavarella, «Ã¨ che in un futuro, neppure troppo lontano, il quantitativo delle controversie andrà certamente a diminuire e, ritengo, anche in maniera piuttosto consistente. Anche questo è il frutto scontato della riduzione delle forme contrattuali e del ridimensionamento delle tutele in caso di profi li di illegittimità . Le medesime considerazioni varranno con riferimento alla nuova disciplina dei licenziamenti. In ogni caso, a mio parere, questo è uno dei risultati che si è pensato di raggiungere con l’introduzione delle nuove norme e, dunque, ritengo le stesse effi caci a tale scopo». Secondo Giulietta Bergamaschi, invece, il volume del contenzioso si è ridotto a seguito delle modifi che introdotte nel sistema dalla legge Fornero, «soprattutto grazie all’effetto defl attivo del tentativo di conciliazione di competenza delle direzioni territoriali del lavoro per quanto riguarda i licenziamenti per giustifi cato motivo oggettivo. In tale sede, trova defi nizione circa il 50% delle controversie ».
È invece ancora presto, continua la professionista di Lexellent, per fare un bilancio rispetto al contenzioso che genererà la cessazione dei rapporti di lavoro che rientrino nell’ambito del cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per il futuro, rispetto alla situazione pre Jobs-act, quando la maggior parte delle azioni legali mirava all’applicazione dell’articolo 18 e a al reintegro, «mi aspetto che da parte dei lavoratori ci sarà una netta prevalenza di cause per discriminazione o altre violazioni contrattuali che mireranno, praticamente sempre, a un risarcimento economico. In questo senso il panorama delle sezioni lavoro dei tribunali italiani diventerà molto più simile al resto d’Europa e al Nord America. L’Italia non sarà più un caso a sé. Lavorando con diverse aziende multinazionali ho la netta percezione che questo fattore sia molto più rilevante di quanto non si pensi comunemente: un quadro del diritto del lavoro più comprensibile per aziende che arrivano da culture diverse è certamente un elemento di stabilizzazione della loro presenza nel nostro paese. Probabilmente non suffi - ciente a convincerle a investire qui anziché altrove, ma a renderle meno ansiose di fuggire, sì», ha concluso Bergamaschi. Su lavoro autonomo e smart working si può fare di più. L’iter di approvazione del «Jobs Act del lavoro autonomo » è ancora lungo, ma si parla già di alcune misure contenute nel Ddl ora in esame in commissione Lavoro del Senato: ad esempio dell’indennità di maternità , della stretta sulle clausole abusive e del salvataggio delle collaborazioni coordinate e continuative considerate «genuine ».
Il parere di Stefano de Luca Tamajo sul disegno di legge sul lavoro autonomo è piuttosto negativo. In primo luogo secondo lui è sbagliata la definizione: «come scriveva Bigiavi non esiste un concetto di lavoro autonomo. Ciò che distingue il contratto d’opera dal contratto di appalto è che il fornitore sia un imprenditore normale o piccolo. Ma è sempre un imprenditore (salvo il caso delle professioni intellettuali). Anche la recente definizione di lavoro cosiddetto etero-organizzato mi pare alquanto confusa». Per Calza invece l’intervento principale sul lavoro autonomo è già stato fatto con la sostanziale eliminazione delle collaborazioni a progetto e dei contratti a partita Iva fasulli: «Una disciplina analitica dei contratti con i veri professionisti e con le vere partite Iva è a mio avviso poco utile e in ogni caso non indispensabile. Nel mondo del lavoro autonomo vero le condizioni le fa il mercato e il potere contrattuale ogni professionista se lo guadagna sul campo, non a suon di leggi e decreti».
Sull’argomento «smart working» è intervenuta Francesca Ciavarella, spiegando che le statistiche, soprattutto dei paesi esteri, sembrano favorevolissime. «A mio parere l’aumento di produttività è indissolubilmente legato alla possibilità da parte del lavoratore - pur nell’ambito di un rapporto comunque di tipo subordinato - di gestire in maniera flessibile e personalizzata la propria prestazione lavorativa, sia dal punto di vista delle modalità di svolgimento, sia da quello delle tempistiche. Se si andrà a vincolare troppo il lavoratore attraverso una disciplina esageratamente rigida forse si comprimerà l’effetto auspicato. In ogni caso, un ulteriore profi lo interessante è la possibilità che certamente le aziende avranno di contenere maggiormente i costi delle proprie strutture andando, in alcuni casi, addirittura quasi ad eliminarli completamente», ha spiegato l’avvocato dello studio Vesci.
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